Superbonus: nuovi chiarimenti dal Fisco


Forniti nuovi chiarimenti in materia di Superbonus (Agenzia delle Entrate – Risposte nn. 253 e 254 del 15 aprile 2021).

Applicazione del regime agevolativo a favore di una cooperativa sociale di produzione e lavoro

Con riferimento al caso di specie, una cooperativa sociale di produzione e lavoro che, in base all’articolo 11 del d.P.R. n. 601 del 1973, corrisponde retribuzioni per un importo non inferiore al cinquanta per cento dell’ammontare complessivo di tutti gli altri costi tranne quelli relativi alle materie prime e sussidiarie è esente dalle imposte sui redditi ovvero fruisce di una esenzione parziale se l’ammontare delle retribuzioni è inferiore al 50 per cento.
Pertanto, qualora la cooperativa istante:
– corrisponda retribuzioni per un importo non inferiore al cinquanta per cento dell’ammontare complessivo di tutti gli altri costi tranne quelli relativi alle materie prime e sussidiarie, rientrando tra le ipotesi di esenzione dalle imposte sui redditi di cui al citato articolo 11 del d.P.R. n. 601 del 1973, non potrà beneficiare del Superbonus, né potrà esercitare l’opzione per lo sconto in fattura o per la cessione del credito corrispondente alla detrazione;
– usufruisca della esenzione parziale dalle imposte sui redditi, ai sensi del medesimo articolo 11 del d.P.R. n. 601 del 1973, potrà accedere al Superbonus, nel rispetto delle condizioni e degli adempimenti ivi previsti con la possibilità di optare per la fruizione del predetto Superbonus in una delle modalità alternative previste dall’articolo 121 del decreto Rilancio.
Con riferimento, invece, alla tipologia degli interventi ammessi, il Superbonus non spetta per le spese relative agli interventi di riqualificazione energetica globale del fabbricato, ai sensi del comma 344 della legge n. 296 del 2006, costituendo quest’ultimo un intervento a sé stante.
Tuttavia, nel rispetto di tutte le altre condizioni normativamente previste, potrà accedere al Superbonus per gli interventi antisismici, di installazione di impianti fotovoltaici nonché per l’istallazione delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici.

Servizi connessi alla realizzazione degli interventi agevolabili forniti da un unico contraente generale

Nel caso di specie, l’Istante rappresenta di essersi affidato a un fornitore unico che opera come “contraente generale “, che provvederà alla progettazione e realizzazione delle opere, rapportandosi, ai fini dell’esecuzione dell’intero intervento, da un lato, con il committente e dall’altro con tutti i soggetti coinvolti nello svolgimento degli adempimenti necessari per il completamento dell’intervento stesso. In particolare, i servizi professionali necessari per lo svolgimento dei lavori e per l’effettuazione delle pratiche amministrative e fiscali inerenti l’agevolazione, svolti da professionisti incaricati dall’Istante, saranno fatturati dal professionista al fornitore unico, che poi li addebiterà in fattura all’Istante, in virtù di un mandato senza rappresentanza.
Il contratto stipulato dall’Istante con il “contraente generale” include anche le attività inerenti l’ottenimento del visto di conformità e il rilascio delle asseverazioni previste dalla disciplina agevolativa. I fornitori e i professionisti – individuati dall’Istante – effettuano la propria prestazione nei confronti del “contraente generale”, che agisce su specifico mandato senza rappresentanza conferito dal committente Istante (beneficiario della detrazione).
In particolare, i corrispettivi spettanti per il servizio professionale reso sono fatturati al “contraente generale” e da questi analiticamente riaddebitati all’Istante che, quindi, riceve una fattura dal “contraente generale”, con l’indicazione di detti corrispettivi per la prestazione di servizi acquistati per conto del committente.
Nell’ambito dell’attività espletata, nel caso rappresentato, il “contraente generale ” propone, peraltro, di operare lo sconto in fattura al committente (istante), a titolo di pagamento parziale o totale dei beni e servizi prestati, recuperando il contributo anticipato sotto forma di credito d’imposta di importo pari alla detrazione spettante.
Tanto premesso, l’Agenzia ritiene che l’Istante possa accedere al Superbonus ed esercitare l’opzione per lo sconto in fattura in relazione ai costi che l’impresa, in qualità di ” contraente generale”, gli fatturerà per la realizzazione di interventi specifici oggetto di agevolazione, inclusi quelli relativi ai servizi professionali necessari per lo svolgimento dei lavori e per l’effettuazione delle pratiche amministrative e fiscali inerenti l’agevolazione (visto di conformità e asseverazioni).
In particolare, essendo necessario, ai fini del Superbonus e dell’esercizio dell’opzione, che siano documentate le spese sostenute e rimaste effettivamente a carico del committente/beneficiario dell’agevolazione, nella fattura emessa dal ” contraente generale ” per riaddebitare all’Istante le spese relative ai servizi professionali, o in altra idonea documentazione, deve essere descritto in maniera puntuale il servizio ed indicato il soggetto che lo ha reso.
Resta fermo che il riconoscimento dello sconto in fattura da parte del fornitore unico anche per servizi professionali necessari per lo svolgimento dei lavori e per l’effettuazione delle pratiche amministrative e fiscali inerenti l’agevolazione è consentita, a condizione che gli effetti complessivi siano i medesimi di quelli configurabili nell’ipotesi in cui i professionisti che rendono i servizi in questione avessero effettuato direttamente lo sconto in fattura al committente, beneficiario dell’agevolazione.
L’Agenzia sottolinea che sono agevolabili tutte le spese caratterizzate da un’immediata correlazione con gli interventi che danno diritto alla detrazione, specificando che tra le predette spese non rientrano i compensi specificatamente riconosciuti all’amministratore per lo svolgimento degli adempimenti dei condomini connessi all’esecuzione dei lavori e all’accesso al Superbonus. Tale chiarimento risulta estendibile anche all’eventuale corrispettivo corrisposto al contraente generale” per l’attività di “mero” coordinamento svolta e per lo sconto in fattura applicato, trattandosi, anche un questo caso, di costi non “direttamente” imputabili alla realizzazione dell’intervento. Pertanto tale corrispettivo è, in ogni caso, escluso dall’agevolazione.


Codici tributo per fruire della proroga del regime dei lavoratori impatriati


Istituiti i codici tributo per il versamento, tramite modello F24 ELIDE, degli importi per l’adesione alla proroga per ulteriori cinque anni del regime speciale previsto per i lavoratori impatriati di cui all’art. 16, co. 3-bis, D.Lgs. n. 147/2015 (Agenzia Entrate – risoluzione 15 aprile 2021, n. 27).

Il regime speciale dei lavoratori impatriati può essere prorogato per ulteriori cinque periodi d’imposta, prevedendo una tassazione del 50% ovvero del 10% del reddito, in presenza di specifici requisiti.


Si può optare per la proroga, previo versamento di un importo del 10% o del 5% dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia oggetto dell’agevolazione, mediante il modello di pagamento F24, senza la possibilità di avvalersi della compensazione.


In tal senso, per consentire il versamento dei suddetti importi, tramite il modello di versamento “F24 Versamenti con elementi identificativi” (F24 ELIDE), l’Agenzia delle Entrate ha istituito i seguenti codici tributo:
– “1860” denominato “Importo dovuto (10 per cento) per l’adesione al regime agevolato di cui all’art. 5, co. 2-bis, lett. a), del DL n. 34 del 2019”;
– “1861” denominato “Importo dovuto (5 per cento) per l’adesione al regime agevolato di cui all’art. 5, co. 2-bis, lett. b), del DL n. 34 del 2019”.


In sede di compilazione del modello “F24 Versamenti con elementi identificativi” devono essere indicati:


– nella sezione “CONTRIBUENTE” i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore che opta per l’adesione al regime agevolato;
– nella sezione “ERARIO ED ALTRO”:
a) nel campo “tipo”, la lettera “R”;
b) nel campo “elementi identificativi”, se applicabile, il codice fiscale del datore di lavoro cui il lavoratore dipendente presenterà la richiesta di applicazione del regime agevolato;
c) nel campo “codice”, il codice tributo sopra indicato;
d) nel campo “anno di riferimento”, l’anno corrispondente al primo periodo d’imposta di fruizione dell’agevolazione di cui all’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, nel formato “AAAA”;
e) nel campo “importi a debito versati”, l’importo dovuto.


Accertamento per trasparenza al socio: efficacia del giudicato favorevole alla società

La Corte di Cassazione ha affermato che l’annullamento dell’avviso di accertamento o la riduzione della pretesa creditoria nei confronti della società di persone, comporta l’annullamento o la corrispondente diminuzione della pretesa fiscale anche della cartella di pagamento emessa nei confronti del socio illimitatamente responsabile. A tal fine la sentenza favorevole alla società spiega efficacia nei confronti dei soci solo se passata in giudicato (Ordinanza 14 aprile 2021, n. 9860).

La controversia riguarda l’impugnazione della cartella di pagamento conseguente all’avviso di accertamento non impugnato, ricevuto dal contribuente in qualità di socio a seguito di attribuzione per trasparenza del maggior reddito accertato nei confronti della società di persone partecipata all’esito di indagini bancarie in cui sono emerse movimentazioni finanziarie non giustificate.
I giudici tributari hanno parzialmente accolto il ricorso del contribuente, riconoscendo una riduzione del maggior reddito attribuito, sul presupposto di una corrispondente decisione favorevole nel giudizio riguardante la società a cui il socio ha partecipato in qualità di litisconsorte necessario.
La decisione è stata impugnata dall’Agenzia delle Entrate che ha eccepito:
– l’inammissibilità del ricorso avverso la cartella esattoriale il cui prodromico avviso di accertamento non era stato impugnato dal contribuente;
– l’inefficacia della sentenza favorevole alla società partecipata in assenza del passaggio in giudicato.

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari accogliendo parzialmente i motivi del ricorso erariale.
In merito all’impugnabilità della cartella di pagamento, la Suprema Corte ha osservato che in materia di società di persone, allorquando viene contestata la distribuzione al socio del reddito non dichiarato, il fatto che non sia più possibile il ricorso autonomo, e tuttavia la parte possa essere chiamata in causa legittimamente, deve essere inteso nel senso che la sentenza favorevole al contribuente possa essere opposta all’Ufficio (nonostante la definitività dell’accertamento nei suoi confronti), ad esempio per impugnare la cartella esattoriale e gli atti successivi della riscossione, con il solo limite della irripetibilità di quanto già pagato.
Per quanto riguarda l’efficacia della sentenza favorevole alla società partecipata, la Corte Suprema ha affermato che solo la sentenza passata in giudicato in ordine all’avviso di accertamento emesso nei confronti della società di persone spiega efficacia anche nei confronti dei soci che, pur avendo partecipato al giudizio in qualità di litisconsorti necessari, non hanno impugnato l’avviso di accertamento emesso nei loro confronti. In particolare, quanto agli accertamenti divenuti definitivi perché non impugnati, vale la regola già ricordata della non autonoma impugnabilità e della opponibilità all’amministrazione finanziaria del giudicato favorevole al contribuente, che si formi nel giudizio nel quale lo stesso intervenga come litisconsorte, con il solo limite della irripetibilità di quanto pagato.

Struttura per le crisi d’impresa


Nuove competenze professionali qualificate e strumenti innovativi per risolvere le crisi aziendali (MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO – Decreto 09 marzo 2021, Comunicato 15 aprile 2021)

Il decreto, firmato dal Ministro dello Sviluppo economico, d’intesa con il Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, riorganizza le funzioni e la composizione della Struttura per le crisi d’impresa.
Il decreto, che ha ottenuto il via libera della Corte dei Conti, potenzia l’organismo che supporta il vertice politico-amministrativo nella gestione dei tavoli di crisi, dotandolo di competenze professionali qualificate, funzionali a elaborare proposte operative e di intervento per il superamento delle crisi aziendali.
L’obiettivo è individuare strumenti innovativi per favorire azioni di reindustrializzazione e riconversione delle aree colpite dalla crisi, nonché tutelare e salvaguardare i lavoratori coinvolti.
La Struttura avrà inoltre il compito di favorire l’attrazione di investimenti, sia attraverso investitori nazionali che internazionali, quale strumento per la risoluzione di crisi aziendali.
A tal riguardo la Struttura stessa, la cui articolazione prevede un coordinatore che sarà nominato dal Ministro a seguito di una procedura di selezione, opererà in sinergia con i rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali. Potranno, inoltre, essere coinvolti rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni imprenditoriali.

Iva ordinaria per la cessione di cucine arredate


La cessione di cucine arredate, ricomprese in unità abitative oggetto di compravendita sconta sempre l’Iva ordinaria, sia verso il cliente finale sia al passaggio dal produttore alla società immobiliare. Pertanto, la società immobiliare che commercializza abitazioni con annesse cucine funzionanti, non può accedere aliquote ridotte dell’Iva, in relazione alla compravendita delle stesse cucine, in quanto trattasi di operazioni di compravendita di beni differenti, alle quali non è possibile applicare il medesimo trattamento IVA (Agenzia Entrate – risoluzione 14 aprile 2021, n. 25).

Sulla valutazione se la cessione di una cucina funzionante all’interno di un’unità immobiliare (c.d. cessione “a corpo”) costituisca un’unica operazione immobiliare oppure un’operazione distinta, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che una cucina funzionante collocata all’interno di una unità abitativa non possiede le caratteristiche proprie dei beni immobili ed infatti una cucina arredata non può dirsi:


– incorporata nel fabbricato o nell’edificio, essendo, di norma, agevolmente smontabile e rimuovibile;


– parte integrante di un fabbricato o di un edificio: in mancanza di una cucina arredata il fabbricato o l’edificio non può dirsi incompleto, diversamente da quanto accadrebbe per l’eventuale mancanza di porte, finestre, tetti, scale e ascensori;


– installata in modo permanente in un fabbricato o in un edificio, potendo essere rimossa senza di per sé distruggere o alterare il fabbricato o l’edificio stesso.


Nel Decreto IVA è preciato che “Il trasporto, la posa in opera, l’imballaggio, il confezionamento, la fornitura di recipienti o contenitori e le altre cessioni o prestazioni accessorie ad una cessione di beni o ad una prestazione di servizi, effettuati direttamente dal cedente o prestatore ovvero per suo conto e a sue spese, non sono soggetti autonomamente all’imposta nei rapporti fra le parti dell’operazione principale”.


In merito ai criteri in base ai quali un’operazione possa, agli effetti dell’IVA, qualificarsi accessoria, la Corte di Giustizia UE ha precisato che “una prestazione deve essere considerata accessoria ad una prestazione principale quando essa non costituisce per la clientela un fine a sé stante, bensì il mezzo per fruire nelle migliori condizioni del servizio principale offerto dal prestatore”.


Tali principi sono stati recepiti dalla Suprema Corte di Cassazione secondo cui “la prestazione accessoria deve essere strumentale a quella principale e avere il fine di permettere l’effettuazione o la migliore fruizione della prestazione principale; cioè l’elemento decisivo è rappresentato dal fatto che l’operazione accessoria si configuri essenzialmente come un mezzo per il completamento o la realizzazione della operazione principale.


Coerentemente con i predetti principi, l’Amministrazione finanziaria ha chiarito che per individuare le operazioni accessorie occorre verificare concretamente il nesso di dipendenza funzionale con la prestazione principale e il valore comparativo delle varie prestazioni. La stessa risoluzione ha precisato, altresì, che “le operazioni accessorie devono avere la funzione di integrare, completare e rendere possibile la prestazione principale”.


Sulla base di questa ricostruzione, la cessione di una cucina funzionante non può costituire un mezzo per fruire nelle migliori condizioni dell’operazione principale né per la sua realizzazione, ben potendo la cessione di una unità immobiliare concludersi a prescindere dalla fornitura di una cucina arredata.


In altri termini, la cessione di una cucina funzionante non costituisce un elemento senza il quale l’operazione principale di vendita dell’unità immobiliare non sarebbe possibile.


Pertanto, la cessione delle unità abitative di categoria catastale diversa da A1, A8 e A9, costituisce, ai fini IVA, una cessione di beni distinta da quella avente a oggetto la cucina. La cessione di una cucina deve considerarsi come un’operazione distinta dalla cessione dell’unità immobiliare e deve essere assoggettata ad aliquota IVA ordinaria.


Inoltre, una cucina funzionante, completa di tutti gli elementi normalmente impiegati per lo scopo a cui è destinata (elettrodomestici, mobili, sedie, tavoli, cassettiere, mensole, credenze, ripiani, etc.), è composta da un insieme di elementi che, complessivamente intesi, non sembrano possedere le caratteristiche proprie dei beni finiti.


Una cucina arredata, infatti, sebbene sia in grado di conservare una propria individualità, è formata da beni ed elementi che, di norma, non sono destinati a incorporarsi e divenire parte della costruzione.


Pertanto, la cessione della cucina dal produttore o installatore alla società non costituisca un’operazione avente ad oggetto un bene finito. Conseguentemente, detta operazione deve essere assoggettata a IVA con l’aliquota ordinaria.


Fondazioni ONLUS e non ONLUS, chiarimenti sul Superbonus


Fornite precisazioni sull’accesso al Superbonus per le Fondazioni ONLUS e non ONLUS. Si rammenta che oggi, 15 aprile 2021, scade il termine per l’invio delle comunicazioni delle opzioni di cui all’articolo 121 del decreto-legge n. 34 del 2020, relativamente alle spese sostenute nell’anno 2020 (Agenzia delle Entrate – Risposte 14 aprile 2021, nn. 249, 250, 251 e 252 e Provvedimento 30 marzo 2020, n. 83933).

Interventi di efficientamento energetico su immobili classificati catastalmente nelle categorie B/1 e B/5 di proprietà di una Fondazione ONLUS

Con riferimento ai soggetti ammessi al Superbonus, nel comma 9, lettera d-bis) dell’articolo 119 del decreto Rilancio viene stabilito che l’agevolazione si applica, tra l’altro, agli interventi effettuati dalle organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460, dalle organizzazioni di volontariato (OdV) iscritte nei registri di cui alla legge 11 agosto 1991, n. 266, dalle associazioni di promozione sociale (APS) iscritte nei registri nazionali, regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano previsti dall’articolo 7 della legge 7 dicembre 2000, n. 383.
Per detti soggetti, non essendo prevista alcuna limitazione espressa, il beneficio spetta per tutti gli interventi agevolabili, indipendentemente dalla categoria catastale e dalla destinazione dell’immobile oggetto degli interventi medesimi, ferma restando la necessità che gli interventi ammessi al Superbonus siano effettuati sull’intero edificio o sulle singole unità immobiliari.
Nel caso di specie, la Fondazione riferisce che intende effettuare dei lavori di efficientamento energetico, e, in particolare, di “isolamento termico a cappotto esterno della struttura, con installazione di un microgeneratore a fuell cell per la produzione di energia termica ed elettrica, oltre all’installazione di un impianto fotovoltaico con sistema di accumulo. Gli interventi prospettati comporteranno il miglioramento di almeno due classi energetiche degli immobili interessati”.
Ne consegue che la Fondazione, nel rispetto dei requisiti e degli adempimenti richiesti, potrà accedere al Superbonus.

Fondazione Onlus proprietaria di due edifici che al termine dei lavori si otterrà un unico edificio di categoria catastale B/1

Nel caso di specie, la Fondazione intende effettuare la “sostituzione del vecchio impianto eliminando l’uso del gas metano sostituendolo con un impianto di climatizzazione a pompa di calore quale intervento trainante. Inoltre sono previsti gli interventi trainati (coibentazione copertura e installazione colonnina di ricarica dei veicoli elettrici)” e al “termine dei lavori si otterrà un unico edificio di categoria catastale B/1”.
La Fondazione è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale rientrante tra i soggetti di cui alla lettera d-bis del citato comma 9 dell’articolo 119 del decreto Rilancio, che detiene due immobili di categoria B/1 sui quali ha in corso una ristrutturazione per l’accorpamento in un unico edificio e dichiara di volere beneficiare del Superbonus per taluni interventi di riqualificazione energica (sostituzione dell’impianto di riscaldamento, coibentazione delle copertura e installazione di colonnine di ricarica per veicoli elettrici). Ciò considerato, fermo restando il rispetto delle condizioni previste per fruire dell’agevolazione in esame, la ONLUS istante potrà accedere al Superbonus per i descritti interventi di riqualificazione energetica, sempreché realizzati a partire dal 1° luglio 2020, considerando il numero delle unità esistenti all’inizio dei lavori per l’individuazione dei limite di spesa massima ammessa al beneficio in questione. In particolare, nel presupposto che l’intervento riguardi due edifici non funzionalmente indipendenti, appartenenti ad un unico proprietario sono applicabili i medesimi limiti di spesa previsti per gli interventi condominiali pari:
– a euro 40.000 (euro 20.000 moltiplicato per due), per la sostituzione dell’impianto di riscaldamento, che l’istante dichiara essere intervento trainante;
– a euro 109.090 (euro 54.545 moltiplicato per due), per la coibentazione della copertura, che l’istante dichiara essere intervento trainato;
– a euro 3.000 (euro 1.500 da moltiplicare per due) per l’installazione di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.

Interventi di risparmio energetico e riduzione del rischio sismico su edificio di proprietà di una Fondazione

Con riferimento al caso di specie, considerato che la Fondazione non rientra tra i soggetti di cui alla lettera d-bis del citato comma 9, dell’articolo 119 del decreto Rilancio, la stessa non potrà accedere al Superbonus.
Pertanto, l’Istante, non potrà avvalersi delle maggiori detrazioni previste dal citato articolo 119 del decreto Rilancio, relativamente agli immobili posseduti.
Si evidenzia che agli enti non commerciali non è tuttavia precluso l’accesso alle detrazioni previste per gli interventi di efficienza energetica (ecobonus) e miglioramento antisismico (sismabonus), di cui agli articoli 14 e 16 del decreto legge n. 63 del 2013.

Installazione dei pannelli isolanti sulle facciate su due edifici, costituiti da più unità immobiliari, di proprietà di una Fondazione ONLUS

Nel caso di specie, la Fondazione riferisce che intende effettuare dei lavori di efficientamento energetico e, in particolare, “ha in programma per entrambi gli immobili lavori di installazione di pannelli isolanti sulle facciate, lavori rientranti nelle previsioni dell’art. 119 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34”.
Considerato che la Fondazione è un organizzazione non lucrativa di utilità sociale rientrante tra i soggetti di cui alla lettera d-bis del citato comma 9 dell’articolo 119 del decreto Rilancio, nel presupposto che siano rispettate tutte le condizioni previste per accedere all’agevolazione, la stessa potrà accedere al Superbonus per i descritti interventi di risparmio energetico sugli immobili di cui è proprietaria.


Reddito dal lavoro dipendente prodotto in Germania: tassazione concorrente

La Corte di Cassazione ha affermato che in materia di tassazione concorrente, deve ritenersi illegittimo l’avviso di accertamento emesso dalle autorità italiane per omessa dichiarazione dei redditi, nei confronti del contribuente italiano, in relazione al reddito da lavoro dipendente prodotto con attività lavorativa prestata in Germania per almeno 183 giorni, ove ha assolto a tutti i suoi obblighi tributari mediante il versamento integrale delle imposte al fisco tedesco (Ordinanza 14 aprile 2021, n. 9725).

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate nei confronti del contribuente residente in Italia, per l’omessa dichiarazione di redditi di lavoro dipendente prodotti in Germania.
In particolare, per l’anno d’imposta oggetto di accertamento il contribuente aveva soggiornato e svolto attività di lavoro dipendente per 183 giorni in Germania, dove aveva presentato la relativa dichiarazione dei redditi e pagato integralmente le relative imposte.
In sede di contraddittorio per la definizione agevolata, il contribuente ha chiesto il riconoscimento del credito d’imposta per le imposte pagate all’estero in applicazione del divieto di doppia imposizione sancito dalla convenzione Ocse. L’Ufficio ha respinto la richiesta, rilevando che l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, essendo il contribuente fiscalmente residente in Italia, ostacolava il riconoscimento del credito d’imposta.
I giudici tributari hanno respinto il ricorso del contribuente ritenendo legittima la pretesa tributaria.
Il contribuente ha proposto ricorso in Cassazione rilevando che la detrazione del credito d’imposta per le imposte pagate all’estero (art. 165 del Tuir) non potrebbe essere preclusa dall’omessa dichiarazione dei redditi in Italia stante il versamento integrale delle imposte in Germania e il divieto di doppia imposizione sancito dalla convenzione stipulata tra i due Stati.

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, affermando l’esclusione di obblighi tributari in Italia in capo al contribuente, in ragione delle disposizioni contenute nella Convenzione contro le doppie imposizioni conclusa con la Germania.
La Corte Suprema ha osservato che la Convenzione tra Italia e Repubblica Federale di Germania, al fine di evitare le doppie imposizioni e prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito prevede all’art. 15 (lavoro subordinato), che “i salari, gli stipendi e le altre remunerazioni analoghe che un residente di uno Stato contraente riceve in corrispettivo di una attività dipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che tale attività non venga svolta nell’altro Stato contraente. Se l’attività è quivi svolta, le remunerazioni percepite a tal titolo sono imponibili in questo altro Stato”.
La convenzione stipulata tra gli Stati, al pari delle altre norme internazionali pattizie, riveste carattere di specialità rispetto alle corrispondenti norme nazionali e quindi prevale su queste ultime, dovendo la potestà legislativa essere esercitata nel rispetto dei vincoli derivanti, tra l’altro, dagli obblighi internazionali sanciti dalla Costituzione.
La Suprema Corte ha precisato che le convenzioni bilaterali in materia di doppia imposizione hanno la funzione di dettare norme internazionali di conflitto al fine di eliminare la sovrapposizione dei sistemi fiscali nazionali, che si verifica allorché una stessa situazione di fatto economicamente rilevante determina la nascita in capo al medesimo soggetto di due obbligazioni tributarie in relazione a imposte dello stesso tipo previste dalla legislazione di due Paesi diversi, con conseguente ostacolo all’attività economica e di investimento internazionale. Tale scopo viene perseguito o mediante l’attribuzione del potere d’imposizione fiscale ad uno Stato contraente e, corrispondentemente, con la rinuncia all’esercizio di tale potere da parte dell’altro Stato, oppure viene prevista una potestà impositiva concorrente dei due Stati, con il ricorso allo strumento del credito d’imposta per evitare la doppia imposizione.
Nel caso particolare, l’articolo 15 della Convenzione Italia – Germania è chiara nell’ancorare la potestà impositiva allo Stato di residenza solo se coincidente con quello in cui il lavoro viene esercitato. La disposizione prevede infatti che nel caso in cui l’attività sia svolta nell’altro Stato contraente – ovvero quello in cui il contribuente non ha residenza – le remunerazioni percepite a tale titolo sono imponibili in questo altro Stato.
In altri termini, la regola applicabile è quella dell’articolo 15 della Convenzione Italia-Germania che mette in gioco l’avverbio “soltanto” per derogare al worldwide principle rispetto alla tassazione dei redditi da lavoro dipendente, per favorire la circolazione delle manodopera.
Dunque, nell’ipotesi esaminata, la disciplina del credito d’imposta per le imposte pagate all’estero deve ritenersi non applicabile, in considerazione della esclusiva imponibilità del reddito di lavoro dipendente nello Stato in cui è prodotto.
Considerato che il contribuente italiano abbia prestato la sua attività lavorativa in Germania per almeno 183 giorni, ove ha assolto a tutti i suoi obblighi tributari mediante il versamento integrale delle imposte, deve ritenersi escluso l’assoggettamento ad ulteriori adempimenti o versamenti tributari in Italia.

Autorizzazione esportazione vaccini contro il COVID


Per esportare i vaccini contro i coronavirus legati alla SARS (specie SARS–CoV) deve essere prodotta apposita autorizzazione dagli esportatori e riscontrata la sua presenza nella dichiarazione doganale. Il sistema di autorizzazione preventiva all’esportazione è stato esteso fino al 30 giugno 2021 (AGENZIA DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI – Determinazione 14 aprile 2021, n. 109510/RU, Nota 14 aprile 2021, n. 109516/RU)

In caso di esportazione di vaccini contro i coronavirus legati alla SARS (specie SARS-CoV), classificati con il codice NC 3002 20 10 – indipendentemente dal loro imballaggio – e delle sostanze attive comprese le cellule madri e le banche di cellule di riproduzione – che sono utilizzate per la loro fabbricazione ed identificate dalla classificazione TARIC NC 2933 99 80, 2934 99 90, 3002 90 90 e 3504 00 90 deve essere prodotta apposita autorizzazione dagli esportatori e riscontrata la sua presenza nella dichiarazione doganale.
Per esportazione, si intende sia l’esportazione di merci unionali in regime di esportazione, sia la riesportazione di merci non unionali, dopo che tali merci sono state oggetto di operazioni di fabbricazione, tra cui il riempimento e il confezionamento, all’interno del territorio doganale dell’Unione.
L’autorizzazione è redatta secondo il modello previsto dal Regolamento di Esecuzione (UE) 2021/442 e rilasciata dal competente Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) – DG UE – Ufficio X della Direzione Generale per la Politica commerciale internazionale.
Ad oggi il sistema di autorizzazione preventiva all’esportazione è stato esteso fino al 30 giugno 2021.
L’autorizzazione all’esportazione può riguardare una unica spedizione di più partite delle merci purché destinate al medesimo Paese terzo e svincolate da un unico ufficio doganale di esportazione.
L’autorizzazione deve essere presentata all’atto della dichiarazione per l’esportazione o al più tardi all’atto dello svincolo della merce; la dichiarazione deve contenere l’indicazione del numero di dosi (in caso di contenitori multidose, il numero di dosi per adulti).
In assenza di autorizzazione valida l’esportazione è vietata.
L’autorizzazione non è, invece, richiesta quando:
1. l’esportazione è diretta verso i seguenti Paesi:
– Andorra, Isole Fær Øer, San Marino, Città del Vaticano, i paesi e territori d’oltremare elencati nell’allegato II del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Büsingen, Helgoland, Livigno, Ceuta e Melilla;
– a basso e medio reddito compresi nell’elenco COVAX AMC;
– le esportazioni di merci acquistate o consegnate tramite il COVAX, l’Unicef e la PAHO a destinazione di qualsiasi altro paese partecipante al COVAX;
2. l’esportazione ricade in uno dei seguenti casi:
– merci acquistate dagli Stati membri nell’ambito degli APA conclusi dall’Unione e donate o rivendute a un paese terzo;
– risposta umanitaria di emergenza;
– verso strutture situate nella piattaforma continentale di uno Stato membro o nella zona economica esclusiva dichiarata da uno Stato membro a norma della convenzione UNCLOS.

Iscrizione nell’albo per riscossione entrate degli enti locali: precisazioni dal MEF


Forniti alcuni chiarimenti relativamente alla dichiarazione attestante la permanenza dei requisiti previsti per l’iscrizione nell’albo per l’accertamento e riscossione delle entrate degli enti locali e relativamente all’iscrizione nello stesso albo per i soggetti che svolgono esclusivamente le funzioni e le attività di supporto propedeutiche all’accertamento e alla riscossione delle entrate degli enti locali (Ministero dell’Economia e delle Finanze – Risoluzioni 13 aprile 2021, nn. 3/DF e 4/DF).

Ai sensi dell’art. 18, commi 1 e 2, del D. M. n. 289 del 2000, gli iscritti nell’albo sono tenuti a far pervenire, entro il 31 marzo di ciascun anno, alla Direzione legislazione tributaria e federalismo fiscale, una specifica dichiarazione attestante la permanenza dei requisiti previsti per l’iscrizione nel medesimo albo. Gli iscritti nell’albo, entro trenta giorni dalla sua approvazione, inviano alla medesima Direzione il bilancio d’esercizio. Nello stesso termine dalla richiesta sono trasmessi dati o notizie richiesti dalla commissione, di cui all’articolo 53 del decreto legislativo n. 446 del 1997.
Per quanto concerne l’anno 2021, il MEF precisa che il termine del 31 marzo di cui sopra non è, allo stato attuale, suscettibile di essere prorogato se non attraverso un apposito provvedimento legislativo di rango primario. Va, però, considerato, che il termine entro il quale i soggetti iscritti devono adeguare il proprio capitale sociale alle condizioni e alle misure minime di cui al comma 807 dell’art. 1, della legge n. 160 del 2019 è stato prorogato al 30 giugno 2021, ai sensi dell’art. 1, comma 1093, della legge 30 dicembre 2020, n. 178.
Si ripropone, pertanto, una situazione analoga a quella del 2020, poiché la Direzione legislazione tributaria e federalismo fiscale deve necessariamente attendere lo spirare di tale ultimo termine prima di poter concludere l’istruttoria relativa al controllo della sussistenza dei requisiti cui è subordinata la verifica annuale dell’iscrizione nell’albo.
Il MEF evidenzia infine che l’art. 19 del Regolamento consente comunque ai soggetti iscritti nell’albo di partecipare alle gare per l’affidamento dei servizi di gestione delle entrate degli enti locali presentando, in luogo dell’attestazione dell’iscrizione nell’albo rilasciata dalla Direzione legislazione tributaria e federalismo fiscale, un’apposita autocertificazione. In tal caso, però, l’eventuale inesistenza dei prescritti requisiti comporta, oltre a quanto previsto da dette disposizioni, anche la decadenza dalle gestioni e la cancellazione dall’albo.

In merito alle modalità con le quali i soggetti che svolgono le attività di supporto propedeutiche alla gestione delle entrate locali possono iscriversi nella sezione separata dell’albo prevista dall’art. 1, comma 805 della legge 27 dicembre 2019, n. 160, il MEF fa presente che risulta assai difficile stimare tempi certi per la definitiva emanazione del regolamento che istituisce la sezione separata – sul quale è stata raggiunta l’intesa presso la Conferenza Stato-città ed Autonomie locali e che dovrà essere sottoposto al parere del Consiglio di Stato.
Ciò premesso, ritiene che, al fine di contemperare le esigenze manifestate dagli enti locali, che intendono procedere agli affidamenti, e quelle delle società che svolgono le attività in questione e di superare la situazione di incertezza che si è venuta a creare, i soggetti interessati possano richiedere l’iscrizione provvisoria nell’albo di cui all’art. 53 del D. Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446.
All’atto dell’iscrizione, le società in discorso dovranno dimostrare il possesso dei requisiti previsti per l’iscrizione nell’albo, mentre, per quanto concerne i requisiti finanziari, dovranno dimostrare di possedere le misure minime di capitale interamente versato in denaro o tramite polizza assicurativa o fideiussione bancaria, per l’esercizio delle attività propedeutiche in questione.
Una volta ottenuta tale iscrizione provvisoria, le società in discorso potranno partecipare alle gare bandite dagli enti locali per l’affidamento delle attività di supporto propedeutiche all’accertamento e alla riscossione delle entrate locali. Infatti, l’iscrizione nell’albo costituisce ormai un requisito indispensabile per l’affidamento dei servizi in questione e per il successivo svolgimento della relativa attività, dal momento che la legge di bilancio 2020 ha previsto l’iscrizione di dette società in un’apposita sezione dell’albo.
Una volta emanato il decreto di cui all’art. 1, comma 805, della legge n. 160 del 2019, sarà perfezionata l’iscrizione delle società in discorso nella sezione “ad hoc” dell’albo.


Studio associato: invio telematico delle dichiarazioni e visto di conformità


L’associazione che si compone di professionisti (avvocati e commercialisti) iscritti ai rispettivi albi professionali, e che si avvale per il servizio di trasmissione telematica di una società di servizi contabili, il cui capitale sociale è interamente posseduto dai propri associati iscritti nell’albo dei dottori commercialisti sia legittimata a richiedere l’abilitazione all’invio telematico delle dichiarazioni, a prescindere dalla sua reale composizione interna (Agenzia delle entrate – Risposta 14 aprile 2021, n. 245)


 


Ai soli fini della presentazione delle dichiarazioni in via telematica mediante il servizio telematico Entratel si considerano soggetti incaricati della trasmissione delle stesse (art. 3, co. 3, dpr n. 322/1998):
a) gli iscritti negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e dei periti commerciali e dei consulenti del lavoro;
b) i soggetti iscritti alla data del 30 settembre 1993 nei ruoli di periti ed esperti tenuti dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura per la subcategoria tributi, in possesso di diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o equipollenti o diploma di ragioneria;
c) le associazioni sindacali di categoria tra imprenditori, nonché quelle che associano soggetti appartenenti a minoranze etnico-linguistiche;
d) i centri di assistenza fiscale per le imprese e per i lavoratori dipendenti e pensionati;
e) gli altri incaricati individuati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze”.
Al riguardo, rientrano tra “gli altri incaricati individuati”:
1. le associazioni e società semplici costituite fra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni in cui almeno la metà degli associati o dei soci è costituita da soggetti indicati alle lettere a) e b);
2. le società commerciali di servizi contabili le cui azioni o quote siano possedute per più della metà del capitale sociale da soggetti indicati alle lettere a) e b);
3. i soggetti che esercitano abitualmente l’attività di consulenza fiscale;
4. le società tra professionisti (s.t.p.);
5. le “associazioni tra avvocati” e le “società tra avvocati”.
In virtù di quanto esposto, i soggetti incaricati alla trasmissione telematica delle dichiarazioni di cui alle richiamate lettere a) e b) possono rilasciare, su richiesta del contribuente, il visto di conformità dei dati delle dichiarazioni da essi predisposte o predisposte dallo stesso contribuente o da una società di servizi di cui uno o più professionisti possiede la maggioranza del capitale sociale, sotto il diretto controllo e la responsabilità del professionista.
Al riguardo è previsto che i professionisti rilasciano il visto di conformità se hanno predisposto le dichiarazioni e tenuto le relative scritture contabili e che le dichiarazioni e le scritture contabili si intendono predisposte e tenute dal professionista anche quando sono predisposte e tenute direttamente dallo stesso contribuente o da una società di servizi di cui uno o più professionisti posseggono la maggioranza assoluta del capitale sociale, a condizione che tali attività siano effettuate sotto il diretto controllo e la responsabilità dello stesso professionista.
Per l’esercizio di tale facoltà, i professionisti devono preventivamente inviare una comunicazione all’Agenzia delle entrate (a cui va allegata anche una copia della polizza assicurativa) la quale, verificata la sussistenza dei requisiti richiesti, iscrive il professionista nell’elenco informatizzato dei professionisti abilitati al rilascio del visto di conformità.
L’abilitazione alla trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali ed il possesso della partita IVA sono considerati requisiti necessari al fine di poter apporre il visto di conformità.
Nell’ipotesi in cui il professionista eserciti l’attività di assistenza fiscale nell’ambito di una associazione professionale, in cui almeno la metà degli associati sia costituita da soggetti indicati alle lettere a) e b), del d.P.R. n. 322 del 1998, lo stesso può essere abilitato qualora i requisiti del possesso di partita IVA e dell’abilitazione alla trasmissione telematica sussistano in capo all’associazione professionale.
Al riguardo, si specifica che è il singolo professionista ad essere abilitato al rilascio del visto di conformità e pertanto ogni altro professionista appartenente all’associazione che non sia personalmente abilitato non è autorizzato ad apporre il visto di conformità.
Qualora il professionista si avvalga di una società di servizi di cui possegga la maggioranza assoluta del capitale sociale, può essere abilitato se il requisito del possesso dell’abilitazione alla trasmissione telematica sussiste in capo alla società di servizi, fermo restando che il professionista deve essere titolare di autonoma partita IVA.
Si precisa che per l’attività di assistenza fiscale sulle dichiarazioni 730 il professionista non può avvalersi di una società di servizi. In entrambi i casi, nella predetta comunicazione dovranno essere indicati, oltre ai dati del singolo professionista, anche quelli dell’associazione di cui il medesimo fa parte o della società di servizi.
La trasmissione telematica sarà effettuata dall’associazione professionale o dalla società di servizi sotto il diretto controllo e la responsabilità dello stesso professionista.
Nella fattispecie oggetto del quesito l’istante – associazione che si compone di professionisti (avvocati e commercialisti) iscritti ai rispettivi albi professionali, e che si avvale per il servizio di trasmissione telematica di una società di servizi contabili, il cui capitale sociale è interamente posseduto dai propri associati iscritti nell’albo dei dottori commercialisti sia legittimata a richiedere l’abilitazione all’invio telematico delle dichiarazioni, a prescindere dalla sua reale composizione interna.
Tuttavia, la medesima non può apporre il visto né trasmettere dichiarazioni vistate, mancando il requisito del controllo da parte dei soggetti indicati alle lettere a) e b).
A sua volta, i commercialisti associati possono non richiedere una propria partita IVA e utilizzare la partita IVA dell’associazione per l’esercizio della professione ma, nelle attività connesse al visto di conformità (tenuta della contabilità e trasmissione telematica della dichiarazione vistata), non possono ricorrere ai servizi dell’associazione visto che non hanno il controllo della stessa.
Diversamente, potranno, come fanno attualmente, utilizzare la società di servizi le cui quote sono possedute dai commercialisti stessi.
Quanto poi alla possibilità per gli associati di utilizzare la garanzia dell’associazione istante o della società di servizi, si ribadisce che il professionista che svolge l’attività nell’ambito di uno studio associato può anche utilizzare come garanzia, la polizza assicurativa stipulata dallo studio medesimo per i rischi professionali, purché la stessa preveda un’autonoma copertura a garanzia dell’attività prestata dai singoli professionisti e rispetti le condizioni sopra richiamate.
Anche in questo caso, il massimale della polizza assicurativa dovrà essere non inferiore ad euro 1.032.913,80 e, comunque, adeguato al numero dei contribuenti assistiti, nonché al numero dei visti di conformità, delle asseverazioni e delle certificazioni tributarie rilasciate dai professionisti associati che hanno inviato la comunicazione alla Direzione regionale.
Il professionista che si avvale di una società di servizi può utilizzare la polizza assicurativa stipulata dalla società, a condizione che nella polizza assicurativa vengano indicate le generalità dei singoli professionisti che intendano avvalersene, ferme restando le valutazioni circa l’inerenza del costo ai fini della deducibilità dal reddito d’impresa della società.